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giovedì 1 dicembre 2011

SOLO TRA LE TUE MANI


Poesia ispirata alla foto di Adolfo Valente 
  


Sento il tocco leggero delle tue mani
che esplorano il mio corpo,
che inciampano nei miei sospiri.
Sento la calda umidità della tua bocca
che mi percorre senza mai saziarsi,
che mi assapora senza mai dissetarsi.
 E poi sento il mio desiderio arrendersi
e i miei sensi sciogliersi
solo tra le tue mani.

PIOGGIA DI LACRIME



Era una giornata di pioggia, come oggi.
Il cielo sembrava volersi liberare di tutte le lacrime trattenute da una vita. Rovesci di acqua e sferzanti folate di vento mi costrinsero ad alzare il bavero del giaccone.
Stavo tornando a casa con la voglia di andare altrove.
Un senso di insofferenza mi pervase d’improvviso e fu in quel preciso istante che lo vidi.
Era fermo davanti al portone del mio palazzo, fermo senza cercare un riparo sotto la pioggia che cadeva copiosa, come chi non ha più motivi per fuggire. Aveva gli occhi lucidi e per un attimo pensai che quelle sul suo volto non fossero gocce di pioggia ma lacrime trattenute da una vita.
Non lo vedevo da anni e mai avrei pensato di rivederlo. Ormai era una sfumatura di tenui colori nel quadro della mia esistenza.
Poi si avvicinò con i capelli bagnati che incorniciavano un viso dai segni più marcati, qualche ruga in più scolpita dalla sofferenza e da una vita che non gli aveva risparmiato rimpianti che accarezzava ogni sera prima di addormentarsi in attesa di un sogno.
Erano passati anni e ognuno di noi era altro.
Non c’era bisogno di dirlo, si capiva, si percepiva, si respirava come quell’odore di terra bagnata dalla pioggia incessante.
Quando fu ad un passo da me sentii quella voce che credevo dimenticata e che pure mi suscitò un sussulto dire:
“Volevo vederti per capire a cosa ho rinunciato e da cosa sono fuggito anni fa. Se avessi avuto allora il coraggio di oggi….. chissà….”
La pioggia continuava a tamburellare sull’asfalto, rivoli di acqua serpeggiavano ai nostri piedi, il vento non sembrava volersi placare mentre il suo sibilo si confuse con il brusio dei miei sentimenti in conflitto.
Chiusi gli occhi e lasciai alla pioggia il permesso di accarezzarmi per confondere le mie lacrime con quelle del cielo.
Avrei voluto gridare se solo avessi ritrovato la voce, avrei voluto dire mille cose se solo avessi saputo riassemblare quel puzzle di tasselli impazziti dentro di me….
Quando riaprii gli occhi lui era ancora lì, il suo sguardo velato da quella tristezza di chi ha compreso che non sempre si può tornare indietro. Chissà se è riuscito a vedere riflessi nei miei occhi lucidi le cicatrici delle sue ferite, chissà…..
Mi chiese scusa ed io gli sorrisi tra un brivido e una lacrima.
Parole che il vento si affrettò a portare via mentre lo vidi allontanarsi per la seconda volta dalla mia vita in una giornata di pioggia, come oggi.

ANIME INTRECCIATE


Poesia ispirata alla foto di Adolfo Valente  


Le mie labbra
a disegnare i confini del tuo piacere
mentre mi spogli delle mie fantasie
e mi vesti di respiri ansimanti.
Muto cercarsi in languidi gemiti
tra gocce di rugiada su pelle di velluto
e carezze di sussurri su anime intrecciate.

OCCHI NEL MARE


Occhi nel mare
riflessi di pensieri
luna cattura

SETE DI NOI


Foto di Sirio Serughetti

Scivola lenta la mia bocca
dischiusa sulla tua,
sapori di umide labbra
a dissetarci di noi
 



L'IMBASTITURA DELL'ANIMA


Parole senza sguardi che aleggiano nel vuoto,
sospese dal vento,
raccolte da me.
Ad ogni parola un sussulto,
un’emozione troppo forte da fermare la vita.
E sento scucirsi l’orlo del cuore,
sento sfilacciarsi quella cucitura interna,
l’imbastitura dell’anima.

LASCIA CHE LA TUA MANO



Lascia che la tua mano
s’impigli tra i miei capelli.
Lascia che chiuda i miei occhi
con un gesto che sia da me sentito lieve
come il pensarlo.
Lascia che la tua mano
sfiori il mio volto
con la delicatezza di una piuma.
Lasciala indugiare tremante
sulle mie labbra a disegnare
il contorno dell’infinito.
Lascia che la tua mano
delimiti i confini della mia felicità e poi.....
.... poi fa che quella felicità sia polvere
lanciata in aria
all’allegria dei venti.

IL MIO MONDO INTERIORE


Sei arrivato nella mia vita in punta di piedi,
con tutta la discrezione di cui avevo bisogno,
con tutta la sensibilità che avevo solo sognato.
I tuoi occhi sapevano andare oltre
fino a vedere il dolore dietro un sorriso,
fino a sentire la voce del mio silenzio.
Ti ho sorpreso ad ascoltare quella voce.
Ho seguito il tuo sguardo dentro di me,
hai indugiato sui miei paesaggi interiori,
hai osservato le cornici che inquadravano le mie sensazioni,
hai accarezzato le rilegature dei miei pensieri.
Hai scandagliato il mio mondo interiore
con la profondità di chi dalla vita è stato segnato,
con il coraggio di chi ormai non ha più paure.
E in un attimo non avevo più difese
perchè non c’era più niente da cui difendermi.
Così ho slacciato da me il sogno della mia vita
e te l’ho regalato.
Perchè quel sogno eri tu.

RICORDI



Il ricordo dilagò nella memoria,
si insinuò in un attimo tra le fantastiche orditure della mente,
si tuffò negli oscuri meandri dell'inconscio,
si immerse nell'inerte torpore dell'anima.
L'anima ci si impigliò
e tra gli interiori spazi silenti
il silenzio si affollò di altri rumori.

CERCAMI



Cercami,
anche quando non mi trovi,
anche quando non mi senti,
perché è quando non mi senti
che ho più bisogno di te.
Pensami,
 al calar della sera, al sorgere del sole,
ogni qual volta un raggio,
un soffio di vento,
possano portarti a me.
Stringimi,
nelle notti avide di luna,
tra le ombre di quest’anima smarrita,
placa con il tuo calore
i brividi delle mie labbra mute.
Amami,
su letti di bracieri ardenti,
in un tramonto rosso di luna,
dopo un lungo temporale,
fammi morire in te.

Scritta da Stefania Lastoria e Francesco Melis

E' IL VENTO



E’ il vento.
E’ solo il vento che adesso mi porta il profumo della tua pelle
 ed il calore del tuo respiro.
Folate di te tra i vicoli di questa città
come carezze lievi di mani assenti.

L'ULTIMA FOGLIA D'AUTUNNO



“Quando l’ultima foglia d’autunno si poserà su di te, lui tornerà…”
Me lo disse un uomo che diceva di leggere negli occhi della gente il loro destino, me lo disse senza che io glielo chiedessi e lo fece avvicinandosi a me per sussurrarmi quelle parole. Poi, con un sorriso che mai avrei dimenticato si dileguò tra la gente. Era una fredda serata invernale, una festa a casa di amici. Trascinata lì quasi a forza per dimenticare, per distrarmi, mi ritrovai ad osservare conoscenti e sconosciuti che mi passavano accanto, la musica in sottofondo che quasi non sentivo, i volti degli altri che quasi non vedevo.
Presenze nebulose mi vorticavano attorno mentre io, nuvola di un cielo plumbeo, trattenevo a fatica la mia pioggia di lacrime.
Poi quell’uomo mai visto e quella frase che continuò a danzare nella mia mente per sempre.
Non poteva sapere nulla di me né di lui, della sua uscita di scena quasi in punta di piedi, con una marea di perché e nessuna risposta. Ma erano i suoi perché e non avevano a che fare con il nostro “noi”.
Era la sua identità ad essere in crisi.
“Lasciami solo il tempo per ritrovarmi, non ti chiedo altro”.
Lo lasciò scritto su un biglietto prima di fuggire via.
Ma non era poco quello che chiedeva: il tempo per ritrovarsi può essere troppo lungo per giustificare qualsiasi attesa e nell’attesa si sopravvive “sospesi” .
Non avevo mai pensato ad un suo ritorno, solo una velata speranza che si era ormai affievolita con il tempo. Ed il tempo passò……
Il gelo dell’inverno cominciò ad attenuarsi e a poco a poco anche i miei brividi interiori. Nelle giornate di pioggia mi piaceva scendere per strada e lasciare che le gocce si sciogliessero insieme alle mie lacrime…. L’aspettavo quasi quella pioggia complice della mia fragilità.
A poco a poco la vita riprese, quasi come se nulla fosse successo. Il primo sole primaverile mi riportò la voglia di chiudermi quella porta alle spalle e di ricominciare.
Con l’arrivo dell’estate il sole sembrava aver sciolto definitivamente quel gelo iniziale, le risate presero il posto dei sorrisi, gli amici e gli svaghi divennero una costante delle mie serate.
Sembrava che tutto fosse tornato alla normalità, forse apparivo addirittura felice ma avevo solo trovato un compromesso con me stessa, un equilibrio per riappropriarmi di me.
Un giorno d’autunno, attraversando la città, mi ritrovai senza volerlo in un parco deserto.
Una panchina solitaria sembrava aspettarmi ed io mi sedetti a contemplare una pioggia di foglie variopinte che cadevano copiose.
Sospinte dal forte vento sembravano fluttuare nell’aria in una danza sensuale e suggestiva.
Le vedevo ondeggiare davanti ai miei occhi, oscillare deliziosamente in un gioco altalenante di direzioni contrapposte fino a che non si posavano esauste a terra sul soffice manto colorato.
Mi divertivo a sceglierne una tra tutte per seguirne il percorso senza meta, quel non sapere dove si sarebbe posata mi affascinava.
Poi il vento si placò come per magia e la pioggia di foglie si fece più lenta fino a cessare del tutto.
Ero talmente presa da quello spettacolo meraviglioso che quasi non mi resi conto della danza di un’ultima foglia che si arrese sulle mie gambe.
Un brivido mi travolse. Il cuore smise di battere e subito riascoltai quella voce che avevo chiuso in un cassetto della mia memoria tornare a sussurrarmi:
“Quando l’ultima foglia d’autunno si poserà su di te, lui tornerà…”

L'ECO DEL SILENZIO



…danzando a ritroso nelle memorie delle mie paure,
e cullandomi nel limbo del mio silenzio,
ho smarrito me stesso.

                                                                                                                                                            R.I. -


Avevo raggiunto l’apice delle mie insicurezze, vaneggiavo nella mia stanza a volte muta, in cerca di verità, in cerca di me stessa.
Dalla mia finestra voci suggestive e luci evanescenti mi distraevano, mi facevano sentire meno in gabbia o forse solo più lontana da me. Avevo necessità delle mie parole ma i pensieri sembravano non avere mai senso.
Sovente m’illudevo che erano proprio loro a venirmi a cercare: ma sbagliavo!
Come sempre sbagliavo!
I miei pensieri, a volte, li vedo galleggiare su di un foglio bianco: questo è il vero eco del silenzio! Vivo di sincerità fatta di versi ma oggi sono sola, impaurita da questi fogli che tacciono silenziose verità. E’ forse questa la vera essenza di chi scrive?
Scrivere, mostrandomi libera, tra le folate di vento e i bagliori di un tramonto è un dono apparentemente regalatomi; ma chi comprende la vera necessità delle parole? Io non più!
Adesso non più….
Osservo la mia gatta che mi guarda incuriosita, leggo nei suoi occhi lo smarrimento per l’assenza del suo padrone, si aggira per la casa cercandolo, annusando gli oggetti che ancora parlano di lui.
Ma lui non c’è più ormai.
E’ andato via lasciando ovunque una parte di se e portandosi dietro una parte di me.
Ci sono fughe che non comprendo e ritorni che non accetto.
Ci sono parole che ho bisogno di sentire, addii che devono essere definiti, verbalizzati, sviscerati.
Solo per capire e quindi accettare, solo per chiudere e quindi ricominciare
Perché posso accettare anche ciò che non condivido ma mai ciò che non so.
Adesso quelle parole taciute, mai pronunciate, non le cerco più. Adesso non avrebbero più senso.
Le sento echeggiare in questa stanza pronte a fendere il mio silenzio, le vedo galleggiare su questo foglio bianco sul quale mai si poseranno.
E allora guardo fuori, oltre questa finestra che si affaccia sull’infinito.
Rubo la vita degli altri. Vedo persone che corrono forse verso qualcosa, forse verso qualcuno.
Immagino la loro vita, la sovrappongo alla mia in un gioco che acuisce quel sottile dolore che mi accompagna. Alcuni di loro sembrano felici, chissà se lo sono davvero!!!
Se riuscissi ad incrociare anche uno solo di quegli sguardi saprei capirlo.
Ormai percepisco le più inconsistenti sfumature psicologiche, a volte ho l’imbarazzante sensazione di vedere negli altri cose che sfuggono persino ai diretti interessati.
Adesso mi arriva dalla strada il suono stridulo di una risata ed è come una coltellata, una gioia che si contrappone alla mia tristezza in quel gioco di vite sovrapposte.
Allora sollevo lo sguardo verso il cielo ed il mondo sottostante sparisce, non sento più i rumori assorbiti dalla mia anima in un ultimo tentativo di difesa.
Riconsegno ad  ognuno dei passanti il suo pezzo di vita e lentamente torno dentro di me, in questo silenzio che mi avvolge e mi culla.
L’eco del silenzio lo sento solo io.

Scritto da Stefania Lastoria e Raffaele Innamorato

UNA VITA



E il vento
sfogliò le pagine
di una vita
dimenticata
sulla panchina del mondo


MAREGGIATA

Raffiche di vento sibilante agitarono il mare;
tuoni fragorosi echeggiarono nell'aria;
lampi folgoranti squarciarono l'oscurità;
onde sormontate da creste spumeggianti
s'infransero sugli scogli con una coltre di schiuma
che turbinando nell'aria fu inghiottita dal mare.
Ed il mare ruggì
mentre rovesci di pioggia salmastra
sferzarono l'anima.

FERMATI SE PUOI


Ancora un momento.
Concedimi solo un attimo di tutto il tempo
che hai negato a te stesso.
Fermati se puoi e se vuoi ascoltami.
Sentirai una voce che non conosci
dire cose che non sai;
vedrai occhi che non hai mai guardato
leggere pensieri mai scritti;
avvertirai la carezza di mani sconosciute
indugiare tra le pieghe della tua anima.
Fermati se puoi e se vuoi
lascia che io incida i miei battiti
sul tuo cuore.

L'ETA' DELL'AMORE NON HA ETA'



Roma, 23 maggio 1973


Quando si diventa vecchi, come lo sono io ora, si passa il tempo a sfogliare a ritroso le pagine della propria vita e talvolta della vita altrui.
Tanti volti hanno incrociato il mio sguardo, tante vite sono diventate la mia vita, tante storie si sono intrecciate alla mia.
Ed ora che di tutti quei volti e di tutte quelle vite più nulla è rimasto, ora che passo il tempo a fare da compagnia alla mia solitudine, oserò raccontarvi una storia d’amore.
Un amore forte, disarmante, dirompente nato prima della guerra e alla guerra sopravvissuto.
Un sentimento che neppure la morte ha potuto fermare.
Ormai sono troppo vecchio per chiedere all’amore le sue ali e volare con esso.
Ma voglio tornare ad accarezzare brividi di emozioni leggendovi questa lettera......




Roma, 11 gennaio 1916

Mio adorato Antonio,
da mesi ormai volgo lo sguardo al passato, mi nutro di esso, mi disseto con il tuo ricordo.
Non mi serve altro per sopravvivere e non credo di poter più coltivare alcuna ambizione a vivere.
Ogni giorno scorrono davanti ai miei occhi senza più lacrime, le immagini nitide del nostro amore, di quella felicità che sembrava non potesse svanire.
Ogni notte ruotano le scene della nostra vita, nel mio buio esplode la luce dei tuoi occhi, quelle carezze che sento ancora sulle mie gote, quegli abbracci che mi facevano sentire protetta.
Ogni notte....
Pensavo che niente e nessuno potesse separarci, ancora ignoravo che l’eternità può durare pochi giorni.
E’ stata questa maledetta guerra a portarti via da me e da allora ti ho aspettato ogni giorno, ti ho pensato ogni istante.
Ero con te nelle trincee, sento ancora le esplosioni, gli spari, l’odore della morte.
La tua paura, la mia paura, la nostra speranza.
Si può assistere a scene mai vissute? Adesso so che si può.
Sono passati cinque mesi da quando Don Nino è venuto nella nostra casa per comunicarmi che il tuo nome figurava nella lista dei soldati caduti in guerra. Sono morta anch’io in quel preciso istante, ho smesso di vivere sull’eco di quelle parole che pulsavano rabbiose nella mia mente.
Dio!! Vorrei solo raggiungerti ovunque tu sia!
Perchè questa sofferenza mi sta logorando e non trovo pace nelle mie notti insonni.
Questa casa parla di te ed io parlo con te, sento il tuo odore e la tua presenza ovunque, mi siedo sulla tua poltrona ed ogni volta il cuore si ferma.
Adesso vorrei solo che tu entrassi da quella porta e che abbracciandomi mi riportassi alla vita.
Vorrei solo stringerti a me pensando che sei ancora vivo, che si è trattato di un errore o di un brutto sogno.
Svegliami da quest’incubo e abbracciami.
Ora, in questo preciso istante ti sto baciando.
Dimmi che riesci a sentire il sapore del mio bacio!
Dimmelo e in questo preciso istante rinascerò........

....... vi ho mentito, e per di più, ho l’abitudine di mentire a me stesso. So con certezza, che quando piove, sono le lacrime degli angeli che bussano alla mia finestra; ma io non so leggere, non più: sono cieco!
Vi ho letto questa lettera con gli occhi della memoria e con il ricordo della voce di Don Nino, che ogni volta, quando gli racconto della mia mancanza d’amore, mi legge le lettere di Marta e Antonio.
Io sono un ciarlatano, e nelle mie menzogne, nascondo tante verità; ho amato anch’io, ma alla mia età i ricordi hanno più rughe del mio volto...
Antonio, per Marta, era ormai disteso nelle tombe della guerra, ma la vera vittima è stata proprio lei; morta giorno dopo giorno, preghiera dopo preghiera lasciando sulla poltrona che lui più amava, una lettera, con piccoli frammenti del suo cuore...
Antonio continuò quella lettera ed io posso solo chiedere alla mia memoria le giuste parole e raccontarvela.......


Roma, 7 agosto 1918

.........Marta, mio delizioso cuore,
si, ho sentito il sapore dei tuoi baci, il calore delle tue labbra, il boato delle tue lacrime lasciate cadere sulle mie mani.... ma sono tornato troppo tardi.
Ero prigioniero di guerra, della stessa che la patria mi ha chiesto di combattere con il cuore; della stessa che mi ha fatto credere disperso.
Non ho mai potuto scriverti!
Ero rinchiuso in una prigione fatta di ghiaccio, avvolto da urla, tormento, fame, morte; ma il mio cuore era sempre caldo per te.
I tuoi occhi mi hanno mantenuto in vita, proprio quelli che bramavo di rivedere al mio ritorno: ma non ci sono più! Sono morti come il tuo corpo, come la mia anima, come quel gran respiro che chiamavamo vita!
Sono tornato oggi ed oggi ho voglia di morire anch’io!
La nostra casa mi parla di te: della mia assenza, della mancanza di un figlio...ma c’è solo odore di tristezza. Al mio ritorno, volevo coccolarti con quella sicurezza che deve un marito, con tante bugie sulla guerra: non volevo farti soffrire!
Di te mi restano solo immagini e il mio desiderio di averti con me; ora solo so che non amerò mai nessun’altra donna.
Mi chiedo: “ Perchè proprio io? “
Io in guerra ho peccato, ho ucciso delle persone; le ho viste morire, chiedere aiuto... piangere...
Sono un assassino!
“E’ la guerra!” Così mi rispondeva sempre il cappellano.
Ti ho perso perchè ho voluto salvare la mia vita; dovevo morire!
Ho chiesto a Don Nino quando eri morta!
Lui mi ha risposto: “In questo momento!”
E’ stata una risposta secca la sua; non l’ho compresa e so che la porterò sempre con me.
In questa stanza, avverto la tua presenza e so che un giorno risentirò il calore delle tue labbra sulle mie...ora sto piangendo con le tue lacrime!
Presto sarò da te.

... Adesso che vi ho raccontato questa storia, immergendomi totalmente in essa e vivendola con tutta l'intensità che un uomo può chiedere alla propria donna, vi chiederete: "Perchè raccontarla proprio a noi?"
Giusto! Forse non dovevo farlo?
Oggi è il 23 maggio del 1973, sono seduto sulla mia vecchia poltrona e l’unica donna, dopo la morte della mia seconda moglie, che mi è restata vicina è Marta: lei è mia figlia!
Ebbene si, mi sono risposato, ho ricercato i suoi occhi negli occhi di un’altra donna ed ho dato il suo nome alla mia unica figlia.
Sono troppo vecchio perché menta e alla mia età non si ha neanche il coraggio di farlo.
Avevo promesso nella mia lettera, che avrei fatto il salto, che avrei raggiunto le sue labbra... ho scelto di vivere; sono un uomo con tutta la sua codardia!
Ho pianto con i miei occhi le sue lacrime, ma non sono riuscito a raggiungere le sue labbra...
Non so perchè, ma avrei dovuto farlo! Sono un vigliacco e per questo – credo fermamente nella giustizia divina – dopo qualche mese ho perso l’uso della vista.
Forse la vera morale di queste lettere sta nelle promesse fatte e in  tutto quello che ci si aspetta dall’amore! Talvolta io credo nella casualità e nella vita: forse io dovevo continuare a vivere!
Posso solo chiudere dicendovi che l’età dell’amore non ha età!

Scritto da Stefania Lastoria e Raffaele Innamorato

venerdì 11 novembre 2011

NOTE D'AMORE


Quando quella musica mi sfiorò, il tempo si arrese.
Quello stesso tempo che lentamente mi aveva salvata da me, con il suo incedere lento e rassicurante, ora si era fermato. Per sempre.
Un orologio impazzito, lancette pietrificate da un’emozione troppo forte.
Non era possibile che dopo tanti anni quelle note giungessero fin lì, in quel luogo affollato di presenze sconosciute e traboccante della mia assenza.
Poi, d’improvviso quella musica. La mia musica.
L’aveva creata lui. Per me.
Per me aveva inventato note sconosciute, per me le aveva plasmate ed intrecciate in quel ricamo melodioso e salvifico.
Usando tutti i tasti della sua vita, aveva composto la colonna sonora della mia anima.
Era una musica lenta, mite, delicata. Sussurri d’amore che volteggiavano nell’aria.
Era una musica che riusciva a cullare la mia inquietudine interiore, a curare le mie ferite, ad accarezzare la mia emotività sempre in bilico sull’orlo di me stessa.
Non seppi mai come fece a toccare le corde della mia fragilità, ogni accordo una sfumatura di me.
E io non so, ma quello che sentii dentro la prima volta che l’ascoltai, fu un brivido: un brivido di paura e di speranza. Perché qualcosa si sciolse come per incanto dentro me ed io cominciai a piangere. Era il suo regalo, quello di ricondurmi alla vita.
E fu il suo ultimo regalo prima che il destino spense ogni nota ed il sipario calò per sempre su quel pianoforte. Beffardo il destino!!! Non fai in tempo a ritrovarti che già ti sei perso di nuovo e questa volta per sempre.
Non ascoltai mai più quella musica che conoscevo solo io e da allora mi limitai a sopravvivere.
Finchè quel giorno, in un luogo affollato di presenze sconosciute e traboccante della mia assenza, quelle note mi travolsero scuotendomi dal mio torpore.
Solo lui conosceva quella musica. Era il suo messaggio per ricondurmi alla vita.

SILENZIO


Veniva da un paese lontano, non mi disse mai quale, forse perché mai glielo chiesi.
Ho sempre pensato che in alcuni casi per avere delle risposte occorre non fare domande.
Eppure quando un raggio di sole illuminava i suoi occhi, si riusciva quasi a scorgere il riflesso di una città martoriata tanto quanto la sua anima.
Con un groviglio inestricabile di reticenze ed omissioni difendeva il suo passato, tamponava le sue ferite.
A volte nel bel mezzo di una piacevole serata, improvvisamente i suoi occhi si incupivano.
Erano nubi che assorbivano la luminosità del suo sguardo, erano lampi senza tuoni, temporali senza lacrime.
Allora mi allontanavo perché sapevo che era questo ciò che voleva, sgusciavo via in punta di piedi per lasciargli l’intimità di cui aveva bisogno.
Sapevo che poi sarebbe stato lui a cercare me e senza dire nulla avrebbe interrotto la mia attesa.
Leggevo nel suo sguardo un ringraziamento mai pronunciato.
Eppure non mi sono mai sentita esclusa, ciò che non diceva a me era ciò che non riusciva a verbalizzare neanche con se stesso.
Compresi subito ad esempio, che le passeggiate sul lungomare gli lasciavano addosso una patina di salsedine e malinconia.
Non vidi mai i suoi occhi posarsi sulle onde. Allora cambiavo direzione, senza che se ne accorgesse lo conducevo verso un altrove, lontano da ciò che lo turbava finché non sentivo il suo respiro tornare a poco a poco regolare.
Cominciai ad abituarmi a quei silenzi carichi di tutto finché una sera, senza alcun preavviso e come un fulmine a ciel sereno sentii la sua voce dire:
“Il mare. Il mare mi ha portato qui da un paese in guerra.
Il mare più della guerra mi ha fatto perdere tutto e tutti quando già avevo perso me stesso.
Nessuno, nessuno mai ha risposto ai miei silenzi con i suoi silenzi.
Nessuno mai.”
Poi tacque. La sua voce si spense nei colori del tramonto, i suoi occhi si chiusero ad arginare quella lacrima che non scese mai a sfiorare il suo volto. Una goccia del suo mare in tempesta.
Silenzio.

ALTRE VITE


L’ho lasciato lì, mentre giocava con le sue parole, quelle appena pronunciate e quelle che mai avrebbe detto.
Le rigirava tra le mani, erano tutte le parole della sua vita. Ogni tanto qualcuna cadeva a terra calpestata dalla gente che gli passava accanto senza vederlo, che lo sfiorava senza toccarlo.
Parole perse per sempre.
Era di fronte a me, seduto a terra all’altro capo della strada, abiti sdruciti ed uno sguardo perso ad inseguire l’ultimo pensiero.
L’ho visto immergersi in un ricordo e risalire annaspando in quel mare di indifferenza umana. Ho visto una lacrima inumidire appena il bordo delle sue ciglia.
Seduta su un gradino facevo scorrere la matita sul grande foglio bianco.
La gente mi passava accanto senza vedermi e mi sfiorava senza toccarmi.
Deve essere il destino di chi decide di sedersi a terra, ci si mimetizza con l’asfalto e si diventa suolo da calpestare. In questo deve avermi avvertito come una presenza più vicina a se stesso.
Sentivo tutto il peso del suo sguardo su di me e dentro di me. Osservava i movimenti decisi di quella matita violare il candore di un foglio bianco.
Poi la matita si fermò dopo un ultimo tratto deciso a fendere l’aria.
Riposi tutto nella borsa e con cura presi il foglio su cui avevo disegnato per tutta la mattinata.
Attraversai la strada e mi ritrovai di fronte a quell’uomo che mi osservava senza dire nulla.
Raccolsi a terra l’ultima parola che gli era caduta e gliela restituii.
Una parola salvata.
Poi gli consegnai il mio foglio.
Mi guardò con stupore e lo prese con una lentezza ed una delicatezza tale da intenerirmi.
Guardò il suo ritratto, non di come era adesso ma di come i miei occhi lo avevano immaginato in gioventù.
Vidi una lacrima scendere e percorrere i solchi di un viso segnato da una vita non vissuta.
Poi mi guardò:
“Ero esattamente così tanti anni fa. E’ bello scendere in una fotografia”.
L’ho lasciato lì, mentre giocava con le sue parole, quelle appena pronunciate e quelle che mai avrebbe detto.

IL PRIMO SGUARDO


Bastò quel primo timido sguardo
perché tu ti insinuassi
nell’intervallo che c’è fra me e me.
Ho gridato il tuo nome senza saperlo
e senza voce l’ho urlato al vento.
Non so come tu abbia fatto a sentirmi
nè a leggere dentro di me
cose mai scritte.
So solo che da allora le cose a cui assisto
sono uno spettacolo con un altro scenario.

PARTENZA PER UN LUNGO DOVE


Un treno fermo sullo sfondo del mio campo visivo
il brusio senza voce di una folla che non vedo
qualcuno mi urta violentemente senza sfiorarmi
vacilla solo il mio cuore basculante.
Io e te davanti a quel treno fermo
che presto partirà per un lungo dove.
E guardandoci negli occhi respiriamo noi
per un tempo che nessuna lancetta misurerà mai.

E' DI NOTTE CHE SI APRONO LE FERITE


Quando il giorno mi pugnala
è di notte che si aprono le ferite.
Perchè il buio amplifica il dolore
e l’eco delle parole non dette
mi urla dentro fino a farmi paura.
Certi gesti, certe immagini, certi sguardi
che non ho voluto vedere
salgono lentamente la china della coscienza
toccandomi una spalla.
Sobbalzo ed un brivido mi percuote.
Sarà il freddo di fuori, sarà il gelo di dentro.
Una folata di vento si insinua nella mia anima
asciugando le ultime lacrime.
E’ così che aspetto le prime luci dell’alba
ad illuminare la mia vita
tra un respiro affannoso ed un opaco sorriso.

ACCENDERO' UNA STELLA

Foto di Adolfo Valente
http://www.adolfovalente.com 
  

Nei miei occhi la notte,
per anni quel buio affamato di me
a divorare l’eco dei miei silenzi.
E quel freddo a regalarmi brividi di paura.
Nessuno mai mi ha insegnato
ad accendere le stelle.
Poi, dal nulla, tu.
Con la carezza di uno sguardo
hai illuminato la notte per me.
Con pazienza hai cominciato a trasformare
la mia assenza in una presenza sfumata
e poi in una vita avida di vita.
Questa sera accenderò la mia prima stella
per te.